Cristianesimo: il Terminator delle religioni! – opinioni

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Abbiamo di nuovo ricevuto in redazione per posta da Londra, dal nostro corrispondente nel Regno Unito, il giovane Alexandru Popescu, romeno cresciuto e istruito nelle scuole a Roma, un articolo molto interssante, leggioamolo:


Mi è capitato diverse volte di sentir dire che religione e fede siano due cose distinte. Il fatto interessante è che me lo abbiano detto persone molto semplici. Non si tratta della constatazione di un qualche intellettuale, come lo era parecchio tempo fa, ma di una constatazione che nel tempo si è diffusa ed ha permeato le masse. È ormai un cosa ovvia.
Così ovvia che i due concetti vengono a volte addirittura contrapposti, come se vi fosse una rivalità fra fede e religione. Difatti c’è.

Mentre la fede cristiana è lontana dall’aver esaurito le sue risorse, ed è anzi all’inizio di un rinvigorimento re-interpretativo, la religione sembra trovarsi al tramonto della sua storia.
Nonostante la religione contenga la fede, essa contiene anche un secondo fondamentale elemento, che dall’avvento dell’Illuminismo la compromette costantemente ed oggi in modo definitivo. Si tratta della ritualità.

Non esiste religione senza riti. Ma questi ultimi risultano sempre più antropologicamente obsoleti, imbarazzanti, semplicemente inaccettabili per la coscienza dell’uomo contemporaneo.
La ritualità è la manifestazione di una coscienza primitiva, o piuttosto di una semi-coscienza, appartenente all’uomo che non si rendeva ancora conto di esserci e dell’essere delle cose, che viveva nel mito e per cui, secondo la configurazione mitologica della sua coscienza, sbudellare un pesce e dipingere col suo sangue il viso di un iniziato voleva dire il rinnovamento del cosmo.

La sopra menzionata configurazione mitologica della coscienza comincia ad essere superata circa 2500 anni fa in diversi posti della terra, come se l’umanità intera fosse stata iniziata ad un’altra forma di mente. È il periodo della nascita delle grandi filosofie: buddhista, taoista e la filosofia greca, contestazioni della coscienza mitologica.
Ma se la ritualità ha cominciato il suo declino 2500 anni fa, come ha fatto a sopravvivere tanto a lungo?

La risposta sta nella domanda. Il declino si accompagna sempre alla perversione, alla denaturazione, al deterioramento qualitativo. Così nel rito che svolgeva una funzione mitologica si è infiltrato l’elemento che oggi lo contraddistingue e lo rende inaccettabile: l’automaticità. L’idea – scissa dalla partecipazione interiore – che al gesto rituale x corrisponda l’azione divina y; che al sacrificio di un capretto segua automaticamente il perdono di Dio, che a quella determinata formula Dio conceda automaticamente la sua benedizione o che dopo un insieme di gesti e formule un pezzo di pane diventi il corpo del figlio di Dio.

Nei primi secoli del cristianesimo un rito, ad esempio il battesimo, aveva ancora un potenziale iniziatico, in quanto la forma del rito adempiva la sua funzione forma-trice, cioè plasmava la coscienza dell’iniziato. Ma ciò avveniva comunque con la sua fede e la partecipazione interiore, e solo in virtù del fatto che l’iniziato era un uomo del secondo secolo dopo Cristo, e non del ventesimo, e perché i sacramenti avevano un carattere misterico, a cui potevano partecipare solo iniziati, cioè devoti che subivano il fascino inconscio del culto.
Ma col passare dei secoli il rito ha perso ogni potenziale iniziatico, diventando un insieme di gesti e formule abbandonati all’automaticità del loro effetto, per cui un neonato che non ha idea di cosa gli venga fatto viene battezzato con la fede che la grazia di Dio scenda su di lui automaticamente, indipendentemente dalla partecipazione interiore dei presenti o dall’incoscienza del battezzato.

La modernità, alla luce della rivelazione cristiana interpretata in chiave laica, ha dato via a una comprensione non religiosa e più profonda della fede cristiana, portandoci a realizzare che il cristianesimo non è essere fedeli, devoti e sottomessi a Dio, ma diventare come Dio. La parola centrale di questa comprensione è “diventare” che significa anche trasformarsi. Il cristianesimo quindi non è più l’insieme delle cose che (non) devi fare per (non dis)piacere a Dio, ma la rivelazione di ciò che tu sei per natura e la vocazione di realizzare questa natura, quindi è essenzialmente un percorso iniziatico, di trasformazione della tua mente, del tuo modo di pensare il mondo, te stesso e Dio.

Il problema dei cristiani religiosi di oggi è che il rito non è compatibile col registro interpretativo descritto sopra.
Un cristiano che ha compreso minimamente di cosa parla Cristo, ha dei problemi dinnanzi alla comunione, perché non comprende in che modo mangiare il pezzo di pane influisca sul suo pensiero. In questa interpretazione della parola di Cristo non vi è alcun nesso fra l’atto formale e la trasformazione della coscienza.
Questo pare essere il tramonto definitivo del rito, e con sè anche di tutte le religioni, in un’epoca in cui molte caratteristiche dell’umanità come è stata finora sembrano tramontare.

Alexandru Popescu

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